lunedì 16 giugno 2014

Occultamento di cadavere.


L’articolo 412 del codice penale recita:
“Chiunque occulta un cadavere, o una parte di esso, ovvero ne nasconde le ceneri, è punito con la reclusione fino a tre anni.” 
Gli appassionati di gialli e di cronaca sanno che: se non si trova il cadavere il delitto non esiste e non c’è il colpevole. Ogni crimine ha la necessità di stabilire la vittima e di conseguenza l’autore del crimine.. se non c’è la vittima, non è stato commesso nessun crimine.  L’occultamento di cadavere, serve non ha nascondere il cadavere ma il crimine commesso..
Alcuni concetti fondamentali:
·         La VITTIMA  non sceglie di essere vittima, è vittima suo malgrado.
·         La VITTIMA non è un soggetto debole, ma il soggetto passivo del soppruso o violenza.
·         La vittima non può fare il vittimismo, perché il vittimismo lo fa chi non è vittima.
·         La debolezza non è un disvalore, è una caratteristica umana come la forza, ed hanno pari dignità umana e sociale. Una società basata solo sui forti l’abbiamo già vista in quella della Germania nazista.

Quello dell’occultamento di cadavere è una delle occupazioni preferite di certe femministe opportuniste liberali. Uno degli ultimi monologhi, soliloqui, non so come definirlo è questo: http://abbattoimuri.wordpress.com/2014/06/11/lettera-a-una-vittima-di-violenza/

L’inizio: “.Cara vittima di violenza, parlo con te che la violenza l’hai vissuta per davvero. Io mi rivolgo a quella che ha avuto la forza e il coraggio di dire No e che ha mollato ogni pur minima certezza per rintracciare nuove parentesi di libertà. Parlo con la donna che sta a spalle dritte, che ha uno sguardo fiero, giacché si sveglia e cammina, con orgoglio, tutti i giorni. Parlo con quella che sa bene che il vittimismo non risolve niente e che dopo un terremoto c’è da tirare su le maniche e ricostruire.”
Come detto in precedenza se è realmente vittima non può fare il vittimismo, perché sono due cose differenti, prendere il dizionario e controllare il significato dei termini.

Treccani:
Vittima; Chi soccombe all’altrui inganno e prepotenza, subendo una sopraffazione, un danno, o venendo comunque perseguitato e oppresso.

Vittimismo; L’inclinazione a fare la vittima, cioè a considerarsi sempre oppresso, perseguitato, osteggiato e danneggiato da persone e circostanze, e a lamentarsene (ma a volte anche a compiacersene)..

Poi non capisco, il coraggio di dire NO a cosa? Quali cazzo di parentesi di libertà si aprono? Perché denunciare il danno subito vuol dire piegare le spalle? No! Ritengo che sia tutto il contrario, il coraggio è di chi denuncia, di chi dice “io sono la vittima” e “ lui/lei il colpevole”.  Chi subisce una violenza fisica o morale, la prima reazione è quella di isolarsi , colpevolizzarsi, di vergognarsi della propria situazione. Ma dirle : “Parlo con la donna che sta a spalle dritte, che ha uno sguardo fiero, giacché si sveglia e cammina, con orgoglio, tutti i giorni.” Vuol dire aggiungere violenza alla violenza che ha subito. Vuol dire farla sentire inadeguata e confermare che è stata tutta colpa sua.. ma probabilmente la nostra blogger non ha mai avuto questo tipo di esperienze e non sa di quello che parla.

Il dominio ha la necessità di farti percepire l’inevitabilità della sua presenza come una tua sicurezza e garanzia alla tua libertà.. è ingenuo pensare che non cerchi di sfruttare e colonizzare tutte le situazioni, e questo si combatte con l’azione diretta e la solidarietà tra gli sfruttati e le vittime. Mutualismo e solidarietà, queste sono le armi per combattere il dominio. Il non riconoscere lo stato di vittima o di sfruttato, vuol dire fare solo il gioco dello sfruttatore e del carnefice, l’impossibilità di individuare lo sfruttatore e il carnefice.
Ma niente pura, non ho l’intenzione di analizzare tutto il monologo, farò solo una breve sintesi sul significato:
Sei stata vittima di una violenza? Fatti una risata, non fare la piagnona, ammesso che sia vero che sei stata vittima di una violenza, si sa le donne mentono per inclinazione naturale..
Sei stata vittima di una violenza? Cerca di essere forte ignora tutto e tutti, non contribuire a dividere il mondo in buoni e cattivi..perchè se ti ostini a considerarti vittima, vuol dire che da qualche parte c’è il carnefice, e se non c’è lo sfruttato non esiste nemmeno lo sfruttatore..fai finta di null, muta e obbediente, così saremo tutti buoni.
Non rivendicare il tuo diritto ad essere vittima, perché non ti danno da mangiare, non ti danno la casa, non serve a nulla se non a rovinare l’esistenza all’aggressore.
Hai subito violenza? Datti da fare, tira su il culo e “vai a cercarti un lavoro, vai a battere pietre, chiodi, quel che vuoi nei luoghi in cui puoi rivendicare diritti, vai a vivere, accidenti, e smettila di fare la zombie in nome di quel che accadde anni fa.” Non fare denunce, perché potresti rovinare un bravo padre di famiglia.
Se hai subito una violenza, se hai subito un torto, se hai subito un sopruso,  non ti mettere a piagnucolare ma nemmeno a fare la Giuditta, non tagliare la testa a Oloferne, ignora tutto e vai al mare.
Hai subito violenza? Hai perso il lavoro? Sei stata sfrattata? Tuo marito è scappato con la gallina di Banderas? Hai rotto i coglioni! “Non hai più scuse, non ti si può proprio ascoltare, sei di una pesantezza unica, hai rotto le ovaie, le tue e quelle di molte altre persone…” Non ti aspettare la solidarietà da altre donne, perché sono di una leggerezza superiore..perchè siamo donne “eccentriche”, che hanno capito come va il mondo, e tutti gli altri non hanno capito un cazzo.. Se sei una prostituta e pensi di aver subito violenza, o di essere sfruttata, vuol dire che hai sbagliato mestiere, perchè non è brutta la prostituzione, perche fa della donna una donna autodeterminata, ricca e felice.  E se uno pensa il contrario vuol dir che è una moralista..
Se il padrone ti chiede di farli un pompino, non esitare, non essere una femminista moralista, non essere presuntuosa, le donne non hanno mai fatto sesso per il proprio piacere, vuoi cominciare proprio te adesso.. sei di una pesantezza unica, hai rotto le ovaie. Poi i pompini fanno molto queer..  Su con la vita , subisci le tue quotidiane violenze in silenzio e non rompere!



venerdì 13 giugno 2014

Joan Miró

Joan Miró (1893-1983)

Un mio amico mi spiegava che in Mirò non c’è il concetto, (molteplicità di elementi  elaborati dall’intelletto) ma l’intuizione, (sensibilità immediata di un singolo elemento).
Alla Fundació Joan Miró a Barcellona, troviamo questo arazzo: 
La mia prima “intuizione” mi diceva; è un gatto, o meglio il “Gatto con gli Stivali”.
No, è una donna.

l trittico “la speranza del condannato a morte”

Rappresenta la protesta dell’artista, che al momento della notizia della morte  dell’anarchico Salvador PuigAntich, sospende tutti i suoi lavori per tre mesi; il trittico è in realtà le tre opere a cui lavorava e le sospende e non le completerà mai più. 

“un dramma visivo che si esprime con l’incapacità di una sottile linea nera su sfondo bianco di raggiungere il cerchio che si era prefissata, la morte impedisce drammaticamente il ricongiungimento.”

Tra le opere più significative è ;  La masía, una descrizione talmente lucida da apparire surreale della casa in cui Miró ha trascorso tutta la sua infanzia, nel piccolissimo centro rurale di Mont-Roig, vicino a Tarragona.


 Ernest Hemingway acquistò questo dipinto e lo custodì per tutta la vita come un feticcio perché, diceva:
“Rappresenta tutti quei sentimenti che provi quando stai in Spagna e tutti quelli che provi quando sei lontano da questa terra e non puoi andarci. Nessuno mai è stato capace di dipingere questi atteggiamenti opposti.”



Duke Ellington e Joan Miró 1966



domenica 25 maggio 2014

Prostituzione.. quale sistema?


Vedo che si continua a fare confusione tra sistema abolizionista e proibizionista, forse in malafede si attribuisce all’abolizionismo la criminalizzazione tipica del proibizionismo. Cercherò di fare un po’ di chiarezza.
Sistema proibizionista: Consiste nel vietare la prostituzione e nell'applicare  pene pecuniarie o detentive, alle prostitute in genere, in alcuni casi anche al cliente. Sostenendo la necessità di tale norma, per  tutelare in tal modo la morale pubblica. o la dignità della donna.
Sistema abolizionista: Il sistema chiama lo Stato fuori dalla disputa, senza proibire o regolamentare l'esercizio della prostituzione. Viene perseguito solo lo sfruttamento il reclutamento e il favoreggiamento e attività affini.
Quindi nel sistema abolizionista, contrariamene a quello proibizionista prostituirsi non è un reato, anche se considerata attività non lecita.
Sistema regolamentaristico: La prostituzione non è libera, ne proibita ma regolamentata.
Questo è un sistema teso a regolamentare la prostituzione, con modalità differenti, tipo quartieri , bordelli, o altre forme che il mercato crea ed offre. In questo caso lo stato considera la prostituzione un’attività lecita, e “liberamente esercitata”, un lavoro su cui si paga regolarmente le tasse. Rimane perseguita la prostituzione minorile, e in teoria rimane vietata qualsiasi forma di costrizione o coartazione. In questo sistema, lo Stato stabilisce il come, dove e quando è consentito o no, la prostituzione.  In più, lo sfruttatore, sarà un’onesto imprenditore, che potrà avere accesso a mutui e finanziamenti vari, per poter reperire nuovi “prodotti” da inserire sul mercato. È un sistema patriarcale, perché vede la donna come unica responsabile della prostituzione. Capitalista, perché tende a creare sempre nuove forme di sfruttamento e profitto sulle persone. Non abbatte lo stigma della prostituta ma come detto precedentemente lo toglie solo al “pappone”.
 Il sistema regolamentaristico  è stato in vigore in tutta Europa occidentale per più di un secolo, oggi conosciamo i livelli di ipocrisia e sfruttamento che hanno rappresentato i “bordelli”.  Negli ultimi anni, si è fatta strada una certa letteratura, che ci parla con nostalgia dei “bordelli”,  leggende, che narrano di una maggiore sicurezza delle donne, sia sanitaria che personale. Ma sono gli uomini che ci raccontano tutto questo, sono gli uomini che hanno nostalgia. La storia ci narra di donne; umiliate, sfruttate, spremute e oppresse. Anche l’arte e la letteratura, quella vera, ci parla di altro:
Guy de Maupassant le rende eroine, (Boule de suif) e schiave. (La casa Tellier ) Henri de Toulouse-Lautrec, descrive un’umanità dolente, sofferente e triste. Georges Simenon (la neve era sporca) ci parla del cinismo di un protettore, che seduce le ragazze allo scopo di mandarle a lavorare dalla madre che è tenutaria di un “bordello”. Ma nessuno di loro, ci parla di donne libere,  realizzate e sodisfatte nel loro lavoro.
Il sistema regolamentaristico, è un sistema totalitario, che trasforma le donne, in prede e non lascia scampo, non da la possibilità ne di ribellarsi ne di uscire da quella condizione, lo sfruttamento viene legalizzato, sostenuto e promosso.
Ma la retorica borghese e liberale, la considera come forma di “libertà”. La libertà di essere solo schiavi.



Pubblico qui un estratto di Irène Pereira sul “Lavoro e tempo libero” che potete trovare per intero qui: http://femminileplurale.wordpress.com/2013/03/15/la-biblioteca-di-fp-capitolo-3/


[…] Una delle poste in gioco delle lotte femministe è stata ed è ancora quella di battersi perché la sessualità possa essere, per le donne, parte della sfera del piacere e non di quella della costrizione; di fare in modo che la sessualità delle donne non abbia come unico scopo il piacere degli uomini o la riproduzione della specie, ma sia finalizzata al proprio piacere.
Ora: che cos’è la prostituzione? Un’attività attraverso la quale una persona vende una prestazione sessuale per garantire la propria sussistenza.
Lottare per far riconoscere la prostituzione come lavoro, sarebbe allora:
1) Lottare per fare della sessualità non più un’attività orientata al piacere, ma un’attività di sussistenza, vale a dire appartenente alla sfera delle costrizioni.
2) Rafforzare questo movimento generale di trasformazione delle attività di lavoro in tempo libero e delle attività del tempo libero in lavoro a beneficio degli interessi di certe classi di individui contro altre.
Così, certe persone, avvalendosi di argomenti apparentemente umanitari, reclamano la fornitura di un servizio pubblico sessuale per le persone diversamente abili. La loro argomentazione consiste nell’affermare che la sessualità sia un bisogno vitale e che esisterebbe dunque un diritto alla sessualità.
Nello stesso tempo, queste persone affermano che le prostitute o le persone che dovrebbero assicurare questo servizio, lo farebbero per scelta. Ma quando gli si chiede perché non dovrebbero farlo gratuitamente, esse rispondono che in tal caso queste persone non garantirebbero questo servizio. Di fatto, esse riconoscono che le persone che assicurano un servizio sessuale pagato non lo fanno liberamente, ma per necessità.
Ora: perché il cosiddetto “diritto alla sessualità delle persone diversamente abili” sarebbe superiore al diritto ad una sessualità che sia un piacere per le persone che effettuano prestazioni sessuali?

In linea generale, mi sembra che le persone che cercano di fare della prostituzione un lavoro giuridicamente riconosciuto conducano una battaglia doppiamente sbagliata. Da una parte fanno, senza accorgersene, il gioco del capitalismo, permettendo a questo sistema economico di occupare ancora di più questo mercato ( sviluppo degli Eros Center). Dall’altra parte, esse lottano per la colonizzazione, da parte del lavoro, di ambiti dell’attività umana che non rientrano nel campo del lavoro. […]”

mercoledì 14 maggio 2014

Tentativo di una lettura storica.



La Primavera di Sandro Botticelli;  nasconde vari livelli di lettura: uno strettamente mitologico; uno filosofico, legato alla filosofia dell’accademia neoplatonica; uno storico, legato alle vicende e personaggi contemporanei, del committente e della sua famiglia.
Mi occuperò di una lettura storica, quella che vede come committente  Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (1463-1503), detto Lorenzo il Popolano, per celebrare le sue nozze con Semiramide Appiani.
In base ad altri ritratti dipinti da Botticelli, nei vari protagonisti della rappresentazione sono stai individuati vari personaggi: in particolare nelle tre Grazie sono state riconosciute Caterina Sforza (a destra), e Simonetta Vespucci (a sinistra), e la sposa Semiramide Appiani al centro, colpita dalla freccia di Cupido, e guarda sognante verso lo sposo, Mercurio-Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici.

Storia del dipinto:
Alla morte di Lorenzo di Pierfrancesco, detto il Popolano, avvenuta nel 1503, il dipinto è citato nell’inventario della “casa vecchia”, con la denominazione “il Giardino d’Atlante”; e passa in eredità al nipote, Ludovico detto Giovanni, (poi noto come Giovanni delle Bande Nere). Figlio di Giovanni il Popolano e Caterina Sforza, (una delle tre Grazie- quella a destra.)  Il successivo inventariato con la denominazione “Il Giardino delle Esperidi”.  Che passò in eredità  nel 1526, al figlio Cosimo, che una volta divenuto duca di Firenze (1537) lo trasferì nella villa di Castello. Qui lo vide Giorgio Vasari (1550 e 1568) e lo chiamò “Allegoria della Primavera”.
Dati Tecnici: Tempera su tavola, (pioppo); 203x314 cm.
Attuale Ubicazione: Firenze, Galleria degli Uffizi.
Breve descrizione del soggetto:
Il dipinto presenta nove personaggi allineati in primo piano: due figure maschili ai lati, sei femminili, e un putto alato. Le figure sono sospese sopra il manto erboso, e delimitate da un boschetto di agrumi, (le arance sono il simbolo dei Medici, )
Il fitto manto erboso è composto da 190 piante, delle quali ne sono state identificate 138.  La luce è astratta, senza una fonte precisa, i piedi dei personaggi, che pure camminano e danzano, non calpestano nessuna pianta.  L’opera è piena di riferimenti letterari, filosofici, alchemici e iconografici; le Stanze e il Rusticus di Agnolo Poliziano; Metamorfosi e i Fasti di Ovidio; l’Asino d’oro di Apuleio e  il De Rerum Natura di Lucrezio.

Le figure, partendo da destra a sinistra: Zefiro vento di primavera rapisce la ninfa Clori.  Che ritorna, in un secondo momento,  trasformata in Flora, che rappresenta la fertilità femminile.  Al centro si trova Venere, dea dell’amore, simbolo neoplatonico dell’amore più elevato, che osserva tutta la scena posta contro un cespuglio di mirto, pianta a lei sacra; sopra la dea, vola Cupido, bendato che sta per scoccare una freccia verso le tre Grazie,  sulla sinistra Mercurio, con i calzari alati e il caduceo, tiene lontane le nubi. Secondo l’interpretazione mitologica i personaggi si trovano nel famoso giardino delle Esperidi.
La data del dipinto varia tra il 1477/1478 e 1482/1485, tutto dipende da chi era realmente il committente, se il committente, era Giuliano de Medici, la data è precedente al 1478. Se il committente è Lorenzo il Popolano; la data è successiva al 1482, anno delle nozze di Lorenzo il Popolano e Semiramide Appiani.
Molto verosimilmente,  l’opera sia stata inizialmente commissionata a Botticelli da Giuliano de’ Medici in occasione della nascita del figlio Giulio (futuro papa Clemente VII), avuto con Fioretta Gorini,  che egli avrebbe sposato in gran segreto nel 1478. Ma Giuliano morì nella congiura dei Pazzi ordita contro il fratello in quello stesso anno, un mese prima della nascita del figlio, per cui il quadro incompiuto e abbandonato, venne riutilizzato dal Botticelli per le nozze di Lorenzo il Popolano.  La parte destra del dipinto, con i personaggi Clori, Flora e Venere, e in questo caso hanno le sembianze di: Fioretta Gorini (Clori e Flora) ed Oretta de Pazzi. (Venere, che è incinta ) Sono stati eseguiti prima del 1478, anno della congiura de Pazzi.
Al ritorno del Botticelli da Roma, per i lavori nella Cappella Sistina; (1480/1482) riutilizza questo quadro per le nozze di Lorenzo il Popolano, inserendovi il suo ritratto e quello della moglie Semiramide Appiani.
Per una Lettura storica, si potrebbe considerare; Flora, che rappresenta Firenze, le tre Grazie, sono le tre famiglie, (Appiani, Vespucci, Sforza) o meglio le tre Banche, sorvegliati da  Venere, simbolo della filosofia neoplatonica sotto il cappello protettivo dei  Medici. (aranci)

Bibliografia:
C. Bo, G. Mandel L'opera completa del Botticelli. Classici Rizzoli, Milano 1966
G. Cornini. Botticelli. Dossier Art n. 49, Giunti editore, Firenze 1990

E. Bernini, R. Rota Eikon guida alla storia dell'arte. Vol. 2 Dal Quattrocento al Seicento. Editori Laterza, Bari 2006

RIFLESSIONI SULLA PENA DI MORTE- Albert Camus



Poco prima della guerra del 1914, un assassino che aveva commesso un crimine particolarmente rivoltante (aveva massacrato una famiglia di coloni, compresi i figli) venne condannato a morte ad Algeri. Si trattava di un bracciante che aveva ucciso  in una sorta di delirio omicida, ma con l'aggravante di aver derubato le proprie vittime. Il processo suscitò grande scalpore. Generalmente si ritenne che la decapitazione fosse una pena troppo mite per un simile mostro. Questa fu, così mi si disse, anche l'opinione di mio padre, sdegnato soprattutto dall'eccidio dei bambini. Una delle poche cose che so di lui, in ogni caso, è che volle assistere all'esecuzione, per la prima volta in vita sua. Si alzò nel cuore della notte per recarsi sul luogo del supplizio, all'altro capo della città, fra un gran concorso di folla. Di quanto vide, quel mattino, non disse nulla a nessuno.

Mia madre racconta soltanto che rientrò di furia, stravolto, si rifiutò di parlare, si stese un istante sul letto e d'improvviso incominciò a vomitare. Aveva visto in faccia la realtà che si celava sotto le formule solenni tese a mascherarla. Non pensava più ai bambini massacrati, non poteva più pensare che a quel corpo palpitante sull'asse dove l'avevano gettato per tagliargli il collo. Bisogna dunque ritenere che quest'atto rituale è ben spaventoso, se poté vincere l'indignazione dl un uomo semplice e probo, e se un castigo, da lui considerato fino ad allora cento volte meritato, non ebbe in definitiva altro effetto che provocargli la nausea fisica. Quando la giustizia suprema non offre che occasioni di vomito all'uomo onesto posto sotto la sua protezione, appare difficile sostenere che essa sia destinata, come dovrebbe essere suo compito, ad accrescere la pace e l'ordine in seno allo Stato.

E' invece evidente che essa non è meno ripugnante del delitto, e che questo nuovo assassinio, lungi dal riparare l'offesa inferta al corpo sociale, non può aggiungervi che fango. Lo dimostra il fatto che nessuno osa parlare apertamente di una tale cerimonia. I funzionari e i giornalisti che dovrebbero farlo, quasi fossero coscienti di quanto essa manifesta di provocatorio e di vergognoso, hanno elaborato al riguardo una sorta di linguaggio rituale, ridotto a formule stereotipate.

Così, durante la prima colazione, possiamo leggere in un angolo del giornale che il condannato ha «pagato il suo debito alla società», oppure che ha «espiato», o che «alle cinque giustizia era fatta». I funzionari parlano del condannato come dell'«interessato», del «paziente», oppure lo designano con una sigla: il C.A.M. ["Condanné à mort". N.d.T.]. Della pena capitale si scrive, oserei dire, a voce bassa. Nella nostra civilissima società la gravità di un male è rivelata dalla reticenza con cui se ne parla.
A lungo, nelle famiglie borghesi, ci si è limitati a dire che la figlia maggiore era delicata di petto o che il padre soffriva di un «gonfiore», perché la tubercolosi e il cancro venivano considerate malattie pressoché vergognose. Questo è ancor più vero, non v'è dubbio, riguardo alla pena di morte, visto che tutti s'ingegnano a parlarne per eufemismi. Essa sta al corpo politico come il cancro al corpo dell'individuo, con la differenza che nessuno ha mai parlato della necessità del cancro. Non si esita invece a presentare la pena

di morte come una dolorosa necessità, che legittima dunque a uccidere, poiché è necessario, e a non parlarne, poiché il farlo è sconveniente. E' invece mia intenzione parlarne crudamente……….....

venerdì 25 aprile 2014

Comunicazione.

Da oggi 25 aprile 2014, questo Blog, Idamemoria; si separa definitivamente dal suo fratello: Un disinvolto mondo di criminali
Queste pagine, si occuperanno, come già doveva essere fin dalle origini, di arte, musica, letteratura, cinema, e altro. Lo farà senza” pretese”, proprio con il verbo all’infinito, per non ostentare pregi e qualità che non possiedo, ma saranno dettate dalla passione, e la passione spesso ti induce a fare errori.
Al contrario, il fratello;  Un disinvolto mondo di criminali   si occuperà quasi esclusivamente delle questioni femminili; tra femminismo e  anarchismo.

Ma la divisione non sarà così netta, continueranno ad esserci sconfinamenti tra i due Blog. Tutti e due sono caratterizzati da un forte spirito antiautoritario, antifascista, anticlericale e antirazzista. Tutte le forme di sessismo e di fobie; xenofobia, omofobia, lesbo-fobia, trans-fobia ecc. saranno bandite da queste pagine.


“Le Lapin Agile” di Maurice Utrillo,1910


 Maurice Utrillo nato Maurice Valadon ( 1883 –1955)
Era il figlio naturale della pittrice e modella  Suzanne Valadon, al tempo del parto aveva diciotto anni e posava per vari artisti. Ella non rivelò mai chi fosse il padre del bambino; tuttavia, Miquel Utrillo  un artista catalano, firmò un documento legale in cui ne riconosceva la paternità, dimostrando un’ulteriore “sensibilità” aggiungendo accanto la firma la seguente frase: “metto la firma, su un opera non mia”.
Utrillo era l’artista di Montmartre, nato a Montmartre, amico litigioso di AmedeoModigliani, che spesso la mattina faceva il giro di Montmartre, per andare a recuperare l’amico Utrillo, già ubriaco,  il cavalletto e le tele, abbandonate per strada.


sabato 19 aprile 2014

Democrazia


– Una pessima democrazia sempre preferibile ad una buona dittatura. (Errico Malatesta).



Democrazia significa teoricamente governo di popolo; governo di tutti a vantaggio di tutti.
Il popolo deve, in democrazia,  nominare gli esecutori delle sue volontà, sorvegliarli, revocarli. Naturalmente questo suppone che tutti gli individui che compongono il popolo abbiano la possibilità di formarsi un’opinione e di farla valere su tutte le questioni. Suppone dunque che ognuno sia politicamente ed economicamente indipendente e che nessuno sia obbligato per vivere a sottoporsi alla volontà altrui. La maggioranza deve rispettare i diritti delle minoranze;  ma è la maggioranza che determina quali sono questi diritti, le minoranze in conclusione non hanno che il diritto di fare quello che la maggioranza vuole e permette.
Ma la maggioranza cos’è? La maggioranza è di sua natura arretrata, conservatrice, pigra nel pensare e nel fare, e nello stesso tempo è impulsiva, eccessiva, docile a tutte le suggestioni,  facile agli entusiasmi e alle paure irragionevoli. Non bisogna dimenticare che di minoranze ve n’è di tutte le specie. Vi sono minoranze di egoisti, come ve ne sono di fanatici, vi sono minoranze di reazionari, come ci sono minoranze rivoluzionarie.
Detta così la democrazia , non può essere che una menzogna  atta ad ingannare e rendere docile la massa di quelli che credono di avere una sovranità popolare. Questa democrazia è oppressione, è in realtà oligarchia, cioè governo di pochi a beneficio di pochi.
A questo punto, bisogna analizzare il concetto di potere, ma cos’è il potere? ll potere ha due  valenze una positiva e una negativa, la positiva riguarda la libertà, (poter fare) cioè i diritti.. Un potere  necessario per l’esercizio della libertà, dell’autodeterminazione.  La negativa  (poter far fare) il dominio, potere come dominio. . Il dominio definisce relazioni tra ineguali. Ineguali in termini di potere, quindi di libertà. La relazione di dominio si concretizza tipicamente in rapporti di comando-obbedienza. Il potere fatto di relazioni gerarchiche , autoritarie e di dominio, cioè un possesso privilegiato del potere.
La Democrazia è la distribuzione del potere, (libertà) in ORIZZONTALE. Come avviene questa distribuzione? Attraverso i diritti (poter fare) contro i privilegi, (poter far fare).
Spesso in maniera erronea si contrappone la democrazia rappresentativa con la democrazia diretta, ma non è così.  Ora va considerato che la democrazia diretta è la forma più pura di democrazia.
 Ma,la democrazia diretta- è applicabile solo a piccole dimensioni e di estrema omogeneità di valori e interessi. Fuori dalla piccola dimensione la delega si impone, e si impone meccanismi decisionali diversi dall’unanimità. Se si dovesse sempre e solo decidere in modo unanime, ben poche decisioni sarebbero prese. ed è qui che il meccanismo democratico della maggioranza si impone, come male minore.
Quindi quando si va oltre una certa soglia di partecipanti, la democrazia diretta, nel senso assembleare, non funziona. non può funzionare. perché la democrazia diretta per funzionare, deve essere seguita “dall’azione diretta”, bisogna che i soggetti dell’assemblea deliberante si conoscano, che abbiano una certa fiducia reciproca, parlare uno con l’altro, intervenire nel corso della discussione. ecc…ecc..
Chiunque abbia pratica di assemblee sa che oltre una certa soglia di dimensione un’assemblea tende più alla demagogia che alla democrazia. Perché la maggioranza dei partecipanti più che partecipare assiste. Quindi da deliberante di un’assemblea diventa spettatore, più o meno motivato e coinvolto.
Altra questione; sottoporre una decisione all’ipotetico voto, (tipo le primarie o il voto sul Web) per mille o un milione di persone, significa avere precedentemente semplificato i quesiti e trasformati in opzioni a livello binario si/no. E chi ha semplificato ha gia in parte deciso, quindi in nessun caso si tratta di democrazia diretta in senso stretto...
Dunque la democrazia diretta è in qualche modo indiretta di fatto, perché diventa rappresentativa per rimanere Democrazia.
In parole povere, quando si parla di Democrazia, ci danno a intendere lucciole per lanterne, ma forse è proprio questa la funzione dei partiti, dei giornali e delle tv; darci a intendere lucciole per lanterne?

Se osi fare delle critiche ai partiti, ti viene risposto che i partiti, sono la democrazia. Gli stessi, che quando poi vanno a fare la legge elettorale, ti dicono che i partiti sono un’impiccio..I partiti sono la Democrazia o un’impiccio?
La cosa certa è che; la Democrazia può vivere senza partiti ma non senza una rappresentanza.
Questi ultimi venti anni ci ha regalato una classe politica dedita, unicamente al saccheggio delle risorse pubbliche e a proteggersi l’uno con l’altro, generando non “l’antipolitica” come spesso, erroneamente si sostiene, ma l’analfabetismo politico, della classe politica, stessa..
Quotidiano, è l’uso pretestuoso della parola “Democrazia”. Un giorno, ho sentito un  ex segretario CGIL ed ex segretario PD, sostenere che le “cariche elettive” sono la Democrazia.. va bene ho pensato, gli è sfuggito, una sciocchezza nella discussione..può capitare, ma giorni dopo ho sentito ripetere quella sciocchezza, anche da altri, quindi non è un qualcosa che è sfuggito, ma voluto. Quelle che le rende Democrazia nelle cariche elettive, è il modo in cui vengono elette, non la carica in se..ricordiamo che il fascismo era pieno di cariche elettive, i soviet, erano cariche elettive, L’assemblea Nazionale del Popolo, in Cina, sono cariche elettive.
In Italia, negli ultimi anni le cariche elettive sono elette con sistemi democratici? Dubito!
Le ultime legislature, sono elette con una legge elettorale dichiarata incostituzionale, e per nulla democratica, sostenuto anche da chi l’ha voluta, votata e scritta. Quindi le attuali cariche elettive, sono incostituzionali e per nulla democratiche. Devono fare una nuova legge elettorale; ma quali sono le priorità?
La Democrazia? No!
La rappresentanza? No!
Il pluralismo? No!
La governabilità! Che non spetta alla legge elettorale, ma alla politica. Quindi in un colpo solo liberano dalla “zavorra” democratica la carica elettiva, e deresponsabilizzano la politica.
Qualcuno dirà, ma ci sono i partiti che garantiscono la Democrazia.  Stesso discorso. I partiti in se, non sono la Democrazia. Gli attuali partiti italiani, sono Democratici? Anche qui dubito!
La democrazia, prima di scomparire dalla scena politica italiana, è scomparsa dai partiti. Abbiamo partiti personali, dal’ex magistrato al partito del tragicomico genovese; da  quello del leder carismatico e fratello della P2 un pò pregiudicato e bugiardo, che mantiene un tenore di vita elevato e si accompagna con ragazzine minorenni. Passando al partito  del “Senatur” razzista e xenofobo, che si è inventato una nazione per conto suo, al grido di Roma ladrona si è  portato addirittura alcuni ministeri in Brianza, per poi doverli restituire; il cerchio magico, Asterix, Obelix, l’ampolla del sacro Po’, il trota, le corna, le scope verdi, carri armati, fucili, Idemix,  druidi e le ronde. Dopo arriva il partito del “bischero fiorentino”, che ci tiene ad un certo formalismo democratico, inventandosi  le primarie. No, non lui, ce le ha trovate. Il partito! Un partito che è talmente Democratico, che la base esprime vertici che la pensano totalmente all’opposto di quello che pensano loro. E rimangono coerenti anche i vertici; alle elezioni presidenziali, pur di non votare un dei fondatori del partito, votano compatti per quello presentato dal partito teoricamente antagonista. 

Propongo un’interessante analisi che fa Luciano Canfora. In “È l’Europa che ce lo chiede! Falso!”  edizioni Laterza- 2012- Pubblico quasi per intero il primo capitolo che ha per titolo:  “Fine senza gloria della religione bipolare”.
“Siamo spettatori di un paradosso. Il paradosso è che, al termine di un ventennio consacrato, con regolari vampate salmodianti, al culto del «bipolarismo», i medesimi idolatri siano ora passati, con analoga foga, al culto della «coesione». Il nuovo dogma è: fare «tutti insieme» le “cose che contano”, le fondamentali sulle quali è «ovvio» che «siamo tutti d’accordo». Buono a sapersi. Evidentemente il bipolarismo serviva a non farle, le “cose che contano”. La religione del bipolarismo può comunque vantare alcuni bei successi: non solo ha distrutto la cosiddetta “Prima Repubblica” ma ha ridotto la sinistra alla caricatura di se stessa, ad una macchietta speculare della destra, protesa a «contendere il centro alla destra» con le stesse “armi” lessicali e concettuali dell’antagonista. Inglobata nella pulsione bipolaristica, la sinistra è diventata infatti, via via, sempre meno sinistra. Dovendo fare insieme le “cose che contano” - cioè far deglutire ai
gruppi sociali più deboli una cura da cavallo a botte di tassazione indiretta - centro-destra e centro-sinistra archiviano il bipolarismo. E lo archiviano per un periodo lunghissimo visto che la cura da cavallo è programmata per il prossimo ventennio se vuole risultare «efficace». (E non sarebbe male cercare di chiarire cosa s’intenda per “efficacia”.)
Il processo è stato abbastanza lineare:
1)    si abroga il principio proporzionale e si innesca il maggioritario(più o meno totale) in omaggio alla religione idolatrica del bipolarismo;
2)    bipolarismo significa necessariamente penalizzazione delle ali dette pomposamente “estreme” e convergenza al centro dei due «poli»;
3)    il perseguimento di tale “conquista” ha come effetto la crescente rassomiglianza tra i due poli, i quali infatti rinunciano ben presto a chiamarsi destra e sinistra, e adottano una formula (centro-destra versus centro-sinistra) che almeno per il 50% ribadisce la coincidenza, se non identità, dei due cosiddetti «poli»;
4)    quando questo processo è finalmente compiuto, si constata che la “via d’uscita” dal grave momento nazionale e mondiale è la «coesione»;
5)    a quel punto l’idolatrato bipolarismo non solo boccheggia ma viene senz’altro archiviato, e l’operazione appare agevole (o almeno fattibile) perché la marcia dei poli verso il centro ha dato finalmente i suoi frutti, e infatti - come ci viene ripetuto - sulle “cose fondamentali” si deve andar tutti d’accordo!
6)    a questo punto i teorici del “superamento” della distinzione destra/sinistra in quanto concetti obsoleti possono esultare. E difatti esultano. È impressionante che, in Italia, inconsapevoli della gaffe lessicale, alcuni si dispongano addirittura a dar vita ad un «Partito della Nazione» (il partito fascista si chiamò per l’appunto «nazionale», e «nazionali» erano detti i seguaci di Franco, mentre «socialistanazionale » era il partito del «Führer»);
7)    l’effetto della progressiva assimilazione tra i due poli culminata nella «coesione» è il non-voto di coloro che non si riconoscono nella melassa. Ma questo non preoccupa l’ormai «coesa» élite, passata giocosamente attraverso la dedizione ad entrambe le ideologie (bipolarismo prima e coesione poi). Anzi, si gioisce ulteriormente perché si può sperare, procedendo per questa strada, di raggiungere i record delle cosiddette “grandi democrazie” dove - come negli usa - vota meno della metà degli aventi diritto. Anzi i più sfacciati dicono che il fenomeno del non-voto è un segno di maturità della democrazia”